FERMI. La protesta No DAD – 21.03.21 //Varese

Prima a scuola – Varese – Giardini Estensi

La scuola è il motore di sviluppo della comunità,

il luogo dove si crea futuro,

dove le idee creano movimento e prendono vita.

Le scuole chiudono, le piazze si svuotano, la vita quotidiana si sposta improvvisamente online. La didattica a distanza viene introdotta come risposta necessaria all’emergenza sanitaria, presentata come soluzione temporanea e inevitabile. Ma per molti studenti, famiglie e insegnanti diventa presto un’esperienza di isolamento, discontinuità e perdita.

È in questo contesto che nasce il movimento “No DAD”, una protesta diffusa in diverse città italiane contro un modello di scuola ridotto a schermo, connessione e distanza.
A Varese, questa protesta assume una forma essenziale e potente: fermarsi.

Corpi immobili nello spazio pubblico, come a dire che mentre tutto procede “online”, la crescita, la relazione e l’apprendimento reale restano bloccati.

La scuola senza corpi

La didattica a distanza mette in luce disuguaglianze già esistenti: accesso limitato ai dispositivi, connessioni instabili, spazi domestici inadatti allo studio. Non tutti riescono a sostenere ore di lezione davanti a uno schermo.

Ma la frattura più evidente non è solo tecnologica.
È relazionale.

La scuola, privata della presenza fisica, si trasforma in un flusso spesso unidirezionale, incapace di intercettare fragilità, disagio psicologico, solitudine. La presenza quotidiana, il confronto, lo scambio informale scompaiono dietro una webcam. L’istruzione rischia così di ridursi a una semplice trasmissione di contenuti, perdendo il suo ruolo sociale e umano.

Il movimento “No DAD” nasce da questa consapevolezza: la scuola non è solo didattica, ma corpo, relazione, comunità.

La protesta a Varese: restare fermi

A Varese studenti, genitori e insegnanti scendono in piazza senza cortei rumorosi né slogan gridati. La scelta è opposta: silenzio, immobilità, presenza.

I partecipanti si dispongono nello spazio pubblico, distanziati, fermi. Alcuni tengono cartelli con messaggi essenziali.
Il gesto è semplice ma carico di significato: se la scuola si è fermata nella sua funzione educativa più profonda, allora anche i corpi si fermano, rendendo visibile ciò che normalmente resta invisibile.

Restare fermi diventa un atto politico.
Un modo per portare nello spazio pubblico il peso umano della didattica a distanza, spesso escluso dal dibattito.

Una piazza sospesa

La piazza di Varese appare rallentata, quasi fuori dal tempo.
Il silenzio sostituisce il linguaggio tradizionale della protesta. Non c’è ricerca di spettacolarizzazione, ma il bisogno di essere osservati e ascoltati.

In un periodo dominato dalla comunicazione rapida e digitale, questa forma di dissenso sceglie la lentezza.
Invita a fermarsi, a guardare, a interrogarsi.

La piazza diventa così uno spazio di testimonianza, non di scontro. Un gesto politico che restituisce centralità all’esperienza umana.

Documentare il silenzio

Raccontare la protesta “No DAD” significa confrontarsi con una narrazione delicata: documentare senza tradire il silenzio.

La fotografia e il racconto visivo si concentrano su posture, distanze, sguardi, gesti minimi. Le immagini non cercano l’evento clamoroso, ma restituiscono la tensione di una generazione sospesa, di famiglie e insegnanti privati di un ruolo fondamentale.

In questo contesto, la fotografia diventa testimonianza e memoria.
Non illustra la protesta, ma la conserva. Restituisce il tempo lento di quei corpi fermi, opponendosi alla velocità digitale che ha invaso ogni ambito della vita quotidiana.

Una protesta locale, una questione collettiva

Il “No DAD” di Varese è una protesta territoriale, ma parla una lingua universale.
Interroga il modo in cui le emergenze vengono gestite, il prezzo pagato dalle nuove generazioni, il rischio di normalizzare l’isolamento come modello educativo.

Nel 2020 la didattica a distanza è stata spesso presentata come inevitabile.
Nel silenzio di quella piazza, a Varese, qualcuno ha ricordato che inevitabile non significa neutro.

Conclusione

Questo reportage nasce dall’urgenza di documentare una forma di dissenso non gridata, ma profondamente politica.
Una protesta che ha scelto di fermarsi per dire che qualcosa, nella scuola e nella società, si era già fermato molto prima.

Raccontare il “No DAD” significa raccontare un momento storico in cui il diritto all’istruzione, alla relazione e alla presenza è stato messo in discussione.
E in cui, per una volta, il silenzio ha parlato più forte di qualsiasi slogan.